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Capire il private equity

Private equity contro azioni quotate: cosa rivelano realmente 20 anni di rendimenti?

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Salma Moumen
Salma Moumen
Il “Charging Bull” di Wall Street, simbolo dei mercati finanziari
Da oltre vent’anni, i maggiori investitori istituzionali del mondo, dai fondi pensione canadesi alle grandi università statunitensi, stanno aumentando progressivamente la loro esposizione al private equity.
Private equity: quali sono i rischi e i rendimenti reali?
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Questa evoluzione non è frutto di una semplice moda passeggera. Riflette una profonda trasformazione nel modo in cui gli investitori costruiscono i propri portafogli e ricercano fonti di creazione di valore a lungo termine.

Allo stesso tempo, i mercati azionari sono rimasti uno dei pilastri dell'investimento globale. Liquidi, trasparenti e accessibili, consentono di investire in migliaia di società quotate in tutto il mondo.

Si deve quindi concludere che il private equity sia una classe di attività migliore rispetto alle azioni quotate? La risposta è più sfumata.

I dati storici pubblicati da Cambridge Associates, France Invest o MSCI dimostrano che alcune strategie di private equity hanno storicamente generato rendimenti annualizzati superiori a quelli di diversi importanti indici azionari su periodi di tempo prolungati. Tuttavia, questi risultati raccontano solo una parte della storia.

Confrontare il private equity con le azioni quotate non significa solo mettere a confronto due rendimenti. Significa confrontare due universi di investimento che differiscono per l’orizzonte di detenzione, il livello di liquidità, i metodi di valutazione, la governance e i meccanismi di creazione di valore.

Questo articolo si propone di analizzare ciò che rivelano effettivamente vent'anni di dati storici, le ragioni alla base delle differenze osservate e i limiti metodologici di cui occorre tenere conto prima di procedere a qualsiasi confronto.

Informazione importante

Il presente articolo ha esclusivamente scopo didattico e informativo. Non costituisce né una consulenza in materia di investimenti, né una raccomandazione di investimento, né un'offerta di sottoscrizione di un prodotto finanziario. I rendimenti storici citati nel presente articolo non sono indicativi dei rendimenti futuri.

Perché gli investitori istituzionali non vedono più il Private Equity e le azioni quotate come alternative contrapposte?

Quando un investitore privato si avvicina al mondo del private equity, spesso pone una domanda semplice: «Il private equity rende di più rispetto alla Borsa?»

È una domanda comprensibile. Tuttavia, non rispecchia il modo di ragionare degli investitori istituzionali.

Per un fondo pensione, una fondazione universitaria o una compagnia assicurativa, la vera sfida non consiste nel scegliere tra mercati quotati e mercati privati, bensì nel costruire un portafoglio in grado di soddisfare contemporaneamente diversi obiettivi: perseguire la performance, gestire i rischi, diversificare le fonti di creazione di valore e finanziare impegni a lunghissimo termine.

In altre parole, il private equity non è generalmente considerato un sostituto delle azioni quotate, ma una componente complementare di un’allocazione diversificata degli attivi.

Questa logica spiega perché i maggiori investitori mondiali continuano a investire massicciamente in entrambi i settori.

Due modi diversi di investire nella crescita delle imprese

A prima vista, i titoli quotati e il private equity perseguono un obiettivo comune: finanziare lo sviluppo delle imprese.

In entrambi i casi, l'investitore spera di trarre vantaggio dalla crescita economica, dal miglioramento della redditività delle società e dalla creazione di valore nel corso del tempo.

La differenza sta nel modo in cui tale creazione di valore viene assorbita.

Nei mercati quotati, l'investitore acquista azioni il cui prezzo varia quotidianamente in base alle aspettative dei mercati finanziari.

Nel settore del private equity, l'investitore partecipa indirettamente al finanziamentodi società non quotate, che vengono generalmente affiancate per diversi anni da una società di gestione che interviene attivamente nel loro sviluppo.

Questa differenza fondamentale spiega perché le performance delle due classi di attività non possono essere analizzate esclusivamente dal punto di vista del rendimento.

Due filosofie di investimento

I mercati quotati offrono una grande flessibilità. Gli investitori possono adeguare quotidianamente le proprie posizioni in base alle loro previsioni o alle condizioni di mercato.

Il private equity si basa su una logica molto diversa. I capitali vengono impegnati per diversi anni, in modo da dare alle imprese il tempo necessario per attuare la propria strategia di sviluppo.

Questo vincolo di liquidità rappresenta spesso una difficoltà per alcuni investitori. Per altri, in particolare gli investitori istituzionali con impegni a lunghissimo termine, rappresenta invece una caratteristica compatibile con il loro orizzonte di investimento.

Una bussola basata su dati finanziari che illustra l'orientamento di una strategia di investimento e di allocazione degli attiviUna bussola basata su dati finanziari che illustra l'orientamento di una strategia di investimento e di allocazione degli attivi

Cosa rivelano realmente vent'anni di dati storici?

I confronti tra il private equity e i titoli azionari quotati sono regolarmente oggetto di studi pubblicati da organismi quali Cambridge Associates, MSCI Private Capital o France Invest.

Queste analisi dimostrano che, storicamente, alcune strategie di private equity hanno generato rendimenti annualizzati superiori a quelli di numerosi importanti indici azionari su periodi di tempo prolungati.

Questa osservazione è ampiamente documentata. Va tuttavia interpretata con cautela.

Cosa emerge dagli studi di Cambridge Associates

I lavori di Cambridge Associates rappresentano uno dei punti di riferimento più utilizzati dagli investitori istituzionali.

Il loro indice “US Private Equity Index & Benchmark Statistics” mette a confronto, ormai da diversi decenni, le performance dei fondi di private equity statunitensi con quelle dei principali indici azionari.

Andamento storico del private equity statunitense rispetto ai mercati quotati (Cambridge Associates)

Grafico di Cambridge Associates che mette a confronto le performance annualizzate del private equity statunitense con quelle dei mercati quotati su orizzonti temporali compresi tra 1 e 25 anni, con analisi mPME (Modified Public Market Equivalent)

Le diverse edizioni di questo studio evidenziano regolarmente una sovraperformance storica delle strategie di buyout su orizzonti temporali di dieci, quindici o venti anni, a seconda dei periodi osservati e delle metodologie adottate.

Questa sovraperformance storica spiega in parte perché i mercati privati occupano ormai un posto di rilievo nelle allocazioni di asset istituzionali.

Tuttavia, tali risultati non devono essere interpretati come una garanzia di rendimenti futuri. Essi riflettono dati storici che dipendono, in particolare, dalle annate analizzate, dalle strategie adottate e dalle condizioni economiche osservate.

Perché i numeri non raccontano tutta la storia

Confrontare due rendimenti annualizzati è relativamente semplice.

Confrontare due classi di attività è molto più complesso.

Le società quotate in borsa vengono valutate costantemente dal mercato. Il loro prezzo riflette immediatamente le aspettative degli investitori.

Nel settore del private equity, le valutazioni si basano su metodologie specifiche, applicate a intervalli regolari secondo standard internazionali quali le Linee guida IPEV.

D'altra parte, gli investitori nel private equity accettano generalmente un orizzonte di investimento più lungo e una liquidità inferiore rispetto ai mercati quotati.

In altre parole, un confronto pertinente non può limitarsi a una sola colonna intitolata «rendimento». Deve tenere conto dell'insieme delle caratteristiche specifiche di ciascun universo di investimento.

Private equity e azioni quotate: un confronto che va oltre il rendimento

Ancor prima di analizzare le ragioni che potrebbero spiegare i rendimenti storici del private equity, è utile ricordare che queste due classi di attività seguono logiche diverse.

Criterio Private equity Azioni quotate
Horizon A lungo termine, spesso da 8 a 12 anni Flessibile
Liquidità Limitata Quotidiana
Valorizzazione Periodico Continuare
Governance Partecipazione attiva dei gestori Generalmente limitata
Creazione di valore Operativa e strategica Legata principalmente ai mercati e ai risultati delle imprese
Criterio Private equity Azioni quotate
Horizon A lungo termine, spesso da 8 a 12 anni Flessibile
Liquidità Limitata Quotidiana
Valorizzazione Periodico Continuare
Governance Partecipazione attiva dei gestori Generalmente limitata
Creazione di valore Operativa e strategica Legata principalmente ai mercati e ai risultati delle imprese

Questo confronto mette in luce una realtà fondamentale: il rendimento rappresenta solo una delle tante dimensioni da considerare nella valutazione di una classe di attività.

Per gli investitori istituzionali, sono altrettanto importanti il modo in cui tale rendimento viene ottenuto, il livello di rischio accettato e il ruolo svolto nella composizione complessiva del portafoglio.

Perché il private equity ha storicamente creato più valore?

Non basta dire che, secondo alcuni studi storici, il private equity ha registrato performance superiori a quelle dei mercati quotati. La vera domanda è: perché?

Contrariamente a quanto comunemente si crede, questa differenza non si spiega solo con il fatto che le imprese non siano quotate in Borsa. Essa deriva da una serie di meccanismi che caratterizzano il funzionamento stesso del capitale di investimento.

Gli studi condotti da Bain & Company, McKinsey e Cambridge Associates dimostrano che la creazione di valore nel settore del private equity si basa generalmente su diverse leve complementari: il supporto operativo alle imprese, una governance attiva, un orizzonte di investimento più lungo e una disciplina di esecuzione particolarmente rigorosa.

La creazione di valore inizia ben prima della cessione dell'azienda

Una delle principali differenze tra un investitore quotato in borsa e un fondo di private equity risiede nel grado di coinvolgimento.

Sui mercati finanziari, un azionista acquista una partecipazione in una società già quotata in borsa. Anche quando è convinto del potenziale di tale società, la sua influenza sulle decisioni strategiche rimane generalmente limitata.

Nel settore del private equity, la logica è diversa.

Le società di gestione affiancano i dirigenti per diversi anni al fine di accelerare lo sviluppo dell'azienda. Spesso partecipano alle decisioni strategiche più importanti: internazionalizzazione, acquisizioni, assunzione di figure chiave, digitalizzazione, riorganizzazione finanziaria o miglioramento dei processi operativi.

In altre parole, la creazione di valore non dipende esclusivamente dall'andamento dei mercati, ma deriva anche dalle trasformazioni attuate all'interno dell'azienda.

Secondo Bain & Company, la crescita dei risultati operativi rappresenta storicamente uno dei principali motori della creazione di valore nelle operazioni di buyout, prima ancora degli effetti legati all'andamento dei multipli di valutazione.

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I mercati privati consentono di accedere a una parte della crescita ormai inaccessibile in Borsa

L'economia mondiale è cambiata profondamente negli ultimi vent'anni.

Negli anni ’90, le aziende entravano sui mercati finanziari in tempi relativamente brevi. Gran parte della loro crescita era quindi accessibile agli investitori sul mercato azionario.

Oggi la situazione è diversa.

Molte aziende rimangono private per molto più tempo. Raccolgono capitali da fondi di venture capital, growth equity o buyout prima di prendere in considerazione, talvolta, una quotazione in Borsa.

Aziende come Stripe, Databricks o Canva hanno raggiunto valutazioni pari a diverse decine di miliardi di dollari pur non essendo ancora quotate in borsa.

Questa evoluzione comporta una conseguenza importante: una parte significativa della creazione di valore avviene ormai prima della quotazione in Borsa.

Il private equity consente proprio di accedere a questa fase di sviluppo, che rimane in gran parte inaccessibile agli investitori presenti esclusivamente sui mercati quotati.

Una governance più attiva

Le imprese sostenute da fondi di private equity beneficiano spesso di una governance diversa rispetto a quella delle società quotate in borsa.

I consigli di amministrazione sono in genere più ristretti e i contatti tra i dirigenti e gli investitori più frequenti.

Questa vicinanza facilita il processo decisionale e consente di attuare più rapidamente alcune trasformazioni strategiche.

Non si tratta di affermare che questo modello di governance sia sistematicamente superiore. Risponde semplicemente a una logica diversa, maggiormente orientata all'attuazione operativa su un arco di diversi anni.

La disciplina del lungo periodo

Uno dei paradossi del private equity è che il suo principale svantaggio, l'illiquidità, costituisce anche uno dei suoi punti di forza.

Un fondo non ha lo scopo di ribilanciare quotidianamente il proprio portafoglio.

Gli investimenti vengono effettuati nell'ottica di un orizzonte pluriennale, il che lascia alle imprese il tempo necessario per attuare il proprio piano di sviluppo.

Questo approccio riduce naturalmente l'influenza delle fluttuazioni giornaliere dei mercati finanziari sulle decisioni strategiche.

Consente inoltre di concentrare gli sforzi sulla creazione di valore fondamentale dell'azienda piuttosto che sulle fluttuazioni del suo corso di Borsa.

Perché gli investitori istituzionali continuano ad aumentare la loro esposizione al private equity?

Sebbene i rendimenti storici spieghino in parte l'interesse suscitato dal private equity, non bastano a comprendere perché questa classe di attività occupi oggi un posto così importante nei portafogli istituzionali.

Gli investitori professionali raramente ragionano mettendo a confronto una classe di attività con un'altra.

Il loro obiettivo principale è quello di costruire portafogli in grado di resistere a diversi contesti economici.

Una logica di diversificazione

Il Private Equity offre un'esposizione ad aziende, settori e modelli economici che non sono sempre rappresentati sui mercati quotati.

Per un investitore istituzionale, questa diversificazione può contribuire a limitare la dipendenza da un’unica fonte di rendimento.

Questo approccio spiega perché il private equity viene generalmente utilizzato a integrazione delle azioni quotate piuttosto che in sostituzione di queste ultime.

Una visione in linea con gli impegni a lunghissimo termine

I fondi pensione, le compagnie assicurative o i fondi sovrani gestiscono spesso impegni che si estendono su diversi decenni.

In questo contesto, immobilizzare una parte del portafoglio per diversi anni non rappresenta necessariamente un vincolo.

Al contrario, questa caratteristica può essere in linea con i loro obiettivi di investimento.

Questo spiega in particolare perché istituzioni come CPP Investments in Canada, GIC a Singapore o ancora i grandi fondi di dotazione universitari statunitensi destinino una quota significativa del proprio patrimonio ai mercati privati.

Focus sull'analisi dei risultati dei fondi
Un investitore che consulta un grafico di borsa su un tablet per analizzare i mercati finanziari

Una forte dispersione dei risultati

Il private equity presenta una caratteristica fondamentale: le differenze di rendimento tra i gestori sono molto più marcate rispetto ai mercati quotati.

Le ricerche accademiche dimostrano che la selezione dei team dirigenziali costituisce uno dei principali fattori determinanti delle prestazioni ottenute.

In altre parole, investire nel private equity non significa solo scegliere una classe di attività.

Si tratta inoltre di selezionare i gestori in grado di individuare le aziende più promettenti, di accompagnarle nel loro sviluppo e di creare valore nel lungo periodo.

Questa dispersione spiega perché gli investitori istituzionali dedicano risorse significative alla selezione e al monitoraggio dei propri partner.

È davvero possibile mettere a confronto il private equity e le azioni quotate?

La risposta è sì… ma a condizione di comprendere i limiti di questo esercizio.

Limitarci a confrontare solo due rendimenti annualizzati sarebbe riduttivo.

I titoli quotati offrono liquidità giornaliera, una valutazione in tempo reale e trasparenza immediata.

Il Private Equity funziona secondo una logica diversa: valutazioni periodiche, orizzonte di investimento a lungo termine, scarsa liquidità e coinvolgimento operativo degli investitori.

Queste differenze spiegano perché i confronti devono essere interpretati con cautela.

Come sottolinea Cambridge Associates, i risultati storici dipendono, in particolare, dagli indici considerati, dai periodi osservati, dalle strategie analizzate e dalle metodologie utilizzate.

I rendimenti passati costituiscono quindi elementi di analisi, ma non consentono di prevedere i rendimenti futuri.

Cosa ci insegnano davvero vent'anni di storia

A prima vista, i rendimenti storici potrebbero far pensare che il private equity sia semplicemente una versione più redditizia dei mercati azionari. Questa interpretazione sarebbe tuttavia incompleta.

Gli investitori istituzionali non aumentano la loro esposizione al private equity solo perché alcuni studi storici evidenziano rendimenti superiori. Essi ricercano innanzitutto una combinazione di caratteristiche difficili da trovare in un’unica classe di attività: l’accesso a società non quotate, un supporto attivo ai team dirigenziali, strumenti per la creazione di valore operativo e una diversificazione complementare rispetto ai mercati pubblici.

In altre parole, la vera lezione degli ultimi vent’anni non risiede solo nei rendimenti osservati. Risiede nell’evoluzione del modo in cui gli investitori costruiscono i propri portafogli.

Oggi, i maggiori investitori istituzionali non vedono più una contrapposizione tra mercati quotati e mercati privati. Considerano questi due ambiti come complementari.

Le azioni quotate consentono di accedere a una liquidità giornaliera, a un’ampia diversificazione e a un’esposizione immediata all’economia mondiale. Il private equity, dal canto suo, offre l’accesso a società non quotate, orizzonti di creazione di valore più lunghi e strategie di supporto operativo che differiscono sensibilmente dai mercati pubblici.

Questa complementarità spiega perché, negli ultimi due decenni, gli investimenti in private equity siano progressivamente aumentati all’interno dei grandi portafogli istituzionali.

È tuttavia opportuno ricordare che tale evoluzione non significa che il Private Equity rappresenti una soluzione adatta a tutti gli investitori. Il suo orizzonte di investimento, il suo livello di liquidità e i rischi che gli sono propri devono essere analizzati alla luce degli obiettivi patrimoniali, della situazione finanziaria e della capacità di ciascun investitore di immobilizzare il proprio capitale nel lungo termine.

I punti chiave da ricordare

  • I dati storici pubblicati da Cambridge Associates, France Invest e MSCI Private Capital dimostrano che alcune strategie di private equity hanno storicamente generato rendimenti annualizzati superiori a quelli di diversi importanti indici azionari su periodi di tempo prolungati.
  • Questi risultati storici derivano in particolare dai meccanismi di creazione di valore propri dei mercati privati: supporto operativo alle imprese, governance attiva, crescita esterna e visione a lungo termine.
  • I confronti tra il private equity e le azioni quotate devono tuttavia essere interpretati con cautela. Le differenze in termini di liquidità, valutazione, metodologia e profilo di rischio rendono imperfetto qualsiasi confronto diretto.
  • Gli investitori istituzionali utilizzano generalmente il private equity come classe di attività complementare ai mercati quotati, in un'ottica di diversificazione piuttosto che di sostituzione.
  • La selezione delle società di gestione rappresenta uno dei principali fattori determinanti delle performance registrate nel settore del private equity. I divari tra i migliori gestori e la media di mercato possono essere significativi.
Cartello di Wall Street a New York che illustra i mercati finanziari e i titoli quotati

Domande frequenti sul private equity e sui titoli azionari quotati

Il private equity ha storicamente registrato rendimenti migliori rispetto alle azioni quotate?

Secondo diversi studi pubblicati da Cambridge Associates e France Invest, alcune strategie di private equity, in particolare i fondi di buyout, hanno storicamente generato rendimenti annualizzati superiori a quelli di numerosi indici azionari di riferimento su periodi di tempo prolungati. Tali osservazioni dipendono tuttavia dai periodi considerati, dalle metodologie adottate e dalle strategie analizzate. Esse non costituiscono una garanzia di rendimenti futuri.

Perché gli investitori istituzionali investono così tanto nel private equity?

Gli investitori istituzionali perseguono diversi obiettivi complementari: accedere a società non quotate, diversificare i propri portafogli, beneficiare di fattori di creazione di valore diversi rispetto ai mercati quotati e investire con un orizzonte temporale compatibile con i propri impegni a lungo termine.

Il private equity è più rischioso delle azioni quotate?

Le due classi di attività presentano rischi diversi.

Il private equity comporta, in particolare, un rischio di illiquidità più elevato, orizzonti di investimento più lunghi e una valutazione meno frequente delle attività. Le azioni quotate offrono una maggiore liquidità, ma sono soggette a una maggiore volatilità giornaliera.

Per confrontare i due è quindi necessario analizzare l'insieme delle loro caratteristiche e non solo la loro resa.

Perché i rendimenti dei fondi di private equity variano così tanto tra loro?

Il private equity è una classe di attività in cui la dispersione dei rendimenti è storicamente elevata.

I risultati dipendono, in particolare, dalla qualità delle società di gestione, dalle imprese selezionate, Vintage , dal contesto economico e dalla strategia adottata.

Questa dispersione spiega perché gli investitori istituzionali dedicano risorse significative alla selezione dei propri partner.

I rendimenti passati consentono di prevedere quelli futuri?

No.

I rendimenti storici consentono di individuare alcune tendenze a lungo termine, ma non sono indicativi dei rendimenti futuri. Le condizioni economiche, i tassi di interesse, le valutazioni e i cicli di mercato sono in continua evoluzione.

Il private equity sostituisce le azioni quotate in un portafoglio?

In pratica, i grandi investitori istituzionali di solito non contrappongono queste due classi di attività.

Li utilizzano in modo complementare per trarre vantaggio da diverse fonti di creazione di valore e costruire portafogli più diversificati.

Informazione importante

Le informazioni contenute nel presente articolo sono fornite esclusivamente a scopo informativo e didattico. Non costituiscono né una consulenza in materia di investimenti, né una raccomandazione personalizzata, né un'offerta di sottoscrizione o di acquisto di uno strumento finanziario.

I confronti relativi alle performance qui riportati si basano su dati storici tratti da pubblicazioni istituzionali. Sono forniti a titolo illustrativo e non consentono di prevedere le performance future.

Ogni investimento comporta dei rischi, tra cui il rischio di perdita di capitale, il rischio di illiquidità e il rischio legato all'andamento dei mercati e del contesto economico.

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