Secondo il “Global Family Office Report 2024” di UBS, il private equity rappresenta in media il 21% dei portafogli dei family office a livello mondiale. Gli investitori istituzionali, come i fondi di dotazione universitari statunitensi o i grandi fondi pensione, talvolta gli dedicano una quota ancora più consistente della propria allocazione. Questa evoluzione testimonia il ruolo crescente dei mercati privati nella costruzione dei portafogli a lungo termine.
Tuttavia, questi investimenti non rappresentano un modello applicabile a tutti gli investitori. La quota di private equity in un portafoglio dipende da numerosi fattori.
È opportuno destinare il 5%, il 15% o il 30% del proprio patrimonio al private equity? Esiste una percentuale ideale?
Questo articolo spiega perché non esiste una risposta valida per tutti, quali criteri consentono di definire un portafoglio coerente e come gli investitori istituzionali affrontano la questione.
Esiste una percentuale ideale di private equity in un portafoglio?
La risposta è semplice: no.
Non esiste una percentuale di Private Equity adatta a tutti gli investitori. Il ruolo di questa classe di attività dipende innanzitutto dalla strategia patrimoniale complessiva e non da una soglia prestabilita.
I professionisti della gestione patrimoniale ragionano generalmente in termini di allocazione degli attivi. Prima di stabilire la quota da destinare al Private Equity, analizzano in particolare:
- gli obiettivi patrimoniali dell'investitore;
- il proprio orizzonte di investimento;
- il proprio fabbisogno di liquidità;
- il suo profilo di rischio;
- la composizione del suo patrimonio attuale.
Solo dopo questa analisi è possibile valutare se il private equity sia una scelta adeguata e, in tal caso, quale ruolo possa ricoprire all’interno di un portafoglio diversificato.
Perché questa domanda si pone proprio oggi?
La riflessione sul ruolo del private equity in un portafoglio si inserisce in un contesto caratterizzato dall'evoluzione dei mercati finanziari e delle strategie di allocazione.
Per diversi decenni, la costituzione di un portafoglio si è basata principalmente su una ripartizione tra azioni quotate e obbligazioni.
Questo approccio, spesso illustrato dal portafoglio “60/40”, è stato a lungo un punto di riferimento per molti investitori.
Tuttavia, i mercati hanno subito profondi cambiamenti. I recenti episodi di aumento dell’inflazione, di rialzo dei tassi di interesse e di maggiore correlazione tra azioni e obbligazioni hanno indotto molti investitori a cercare nuove fonti di diversificazione.
Allo stesso tempo, una quota crescente della creazione di valore economico si è spostata verso le società non quotate. Numerose società rimangono private più a lungo rispetto al passato, come illustrato dagli studi di S&P Global, mentre gli investitori istituzionali stanno progressivamente rafforzando la loro esposizione ai mercati privati.
Questa evoluzione spiega il crescente interesse per il private equity nelle strategie patrimoniali a lungo termine.
L'obiettivo non è quello di sostituire gli asset tradizionali, ma di integrare un portafoglio per diversificare i fattori che generano valore.
Una diversificazione che va oltre i mercati quotati
Il private equity consente di investire in aziende che non sono accessibili sui mercati finanziari tradizionali.
Per alcuni investitori, questa esposizione rappresenta un modo per diversificare il proprio patrimonio al di là delle azioni quotate, degli immobili o delle obbligazioni. I fattori che determinano la creazione di valore dipendono maggiormente dallo sviluppo delle imprese sostenute piuttosto che dalle fluttuazioni quotidiane dei mercati.
Questa complementarità spiega perché i mercati privati occupino un posto sempre più importante nei portafogli degli investitori a lungo termine.

Un'indennità prima di scegliere gli investimenti
Gli investitori istituzionali di solito non iniziano scegliendo una classe di attività.
In primo luogo definiscono i propri obiettivi, i vincoli di liquidità e l'orizzonte di investimento, per poi costruire un'allocazione coerente tra le diverse classi di attività.
Il private equity rientra in questa logica. Rappresenta una possibile componente di una strategia patrimoniale, ma non sostituisce né le azioni quotate, né le obbligazioni, né gli altri attivi presenti in un portafoglio.
Perché nelle riflessioni sul private equity si parla spesso di una quota del 15%?
Sebbene non esista una percentuale universale di Private Equity adatta a tutti gli investitori, numerosi studi accademici, come quello di Nicola Giommetti e Morten Sørensen, dedicati all’allocazione degli attivi, analizzano il ruolo che questa classe di attivi può ricoprire in un portafoglio diversificato, tenendo conto in particolare del rischio e dei suoi vincoli di illiquidità.
In quest'ottica, la nota di riflessione pubblicata dal Chief Investment Officer diAltaroc indica un'allocazione dell'ordine del 15% come esempio di punto di partenza per un investitore privato conun orizzonte di investimento a lungo termine e la capacità di immobilizzare una parte del proprio patrimonio.
Questo approccio si basa su un’analisi della letteratura accademica, delle pratiche degli investitori istituzionali e delle caratteristiche specifiche del Private Equity.
Tale proporzione non costituisce tuttavia né una raccomandazione generale, né un'allocazione adatta a tutti gli investitori.
Essaillustra un approccio alla costruzione del portafoglio che deve sempre essere valutato alla luce degli obiettivi, del patrimonio e dei vincoli specifici di ciascuna situazione.
Un equilibrio tra diversificazione e liquidità
La sfida principale consiste nel trovare un equilibrio tra i potenziali vantaggi della diversificazione e i vincoli propri del Private Equity, in particolare il suo orizzonte di investimento a lungo termine e la sua illiquidità.
A differenza degli investitori istituzionali, i privati devono generalmente mantenere una parte consistente del proprio patrimonio in attività facilmente liquidabili per far fronte alle spese correnti, agli imprevisti o a progetti a breve e medio termine.
In questo contesto, un’allocazione limitata agli attivi non quotati consentedi integrare progressivamente questa classe di attivi, preservando al contempo un livello di liquidità adeguato alle esigenze del patrimonio.
Un approccio ispirato agli investitori istituzionali
Da tempo ormai gli investitori istituzionali attribuiscono un ruolo importante ai mercati privati nei propri portafogli.
Secondo il “Global Family Office Report 2024” di UBS, il private equity rappresenta in media il 21% dei portafogli dei family office in tutto il mondo.
Alcuni fondi di dotazione universitari statunitensi presentano allocazioni ancora più elevate, costruite nel corso di diversi decenni e adattate a vincoli di liquidità molto diversi da quelli di un investitore privato.
Questi esempi consentono di osservare il modo in cui gli investitori a lungo termine definiscono le proprie allocazioni. Non costituiscono tuttavia un modello direttamente applicabile a tutti gli investitori.
Un'indennità che varia in base al patrimonio
Anche il ruolo del private equity può evolversi nel corso del tempo.
Man mano che il patrimonio cresce e le esigenze di liquidità diminuiscono, alcuni investitori scelgonodi aumentare gradualmente la propria esposizione agli asset non quotati nell’ambito di una strategia patrimoniale diversificata.
Al contrario, un investitore che preveda esigenze di finanziamento a breve termine o il cui patrimonio sia già fortemente concentrato su attività poco liquide potrà optare per un’allocazione diversa.
Ecco perché la questione della percentuale non può essere separata da una riflessione globale sul patrimonio e sugli obiettivi perseguiti.
Quali criteri consentono di determinare il peso del private equity in un portafoglio?
La questione dell'allocazione non può essere risolta con un'unica percentuale. I professionisti della gestione patrimoniale analizzano generalmente diversi criteri prima di valutare il ruolo che il private equity può ricoprire in una strategia patrimoniale.
Gli obiettivi patrimoniali
Il primo criterio è la finalità dell'investimento.
Prepararsi alla pensione, trasmettere un patrimonio, far crescere il capitale nel lungo periodo o finanziare un progetto a medio termine non comportano le stesse scelte di allocazione.
Il private equity può rivelarsi una scelta adeguata quando risponde a un obiettivo compatibile con il proprio orizzonte di investimento e il proprio livello di liquidità.
L'orizzonte di investimento
Il private equity è una classe di attività pensata per il lungo termine.
Gli investimenti vengono generalmente mantenuti per diversi anni, il tempo necessario alle società di gestione per accompagnare lo sviluppo delle imprese prima della loro cessione.
Più l'orizzonte di investimento è lungo, più diventa possibile prendere in considerazione un'esposizione ad attività non quotate.

Il fabbisogno di liquidità
L'illiquidità èuna delle caratteristiche principali del Private Equity.
Prima di includere questa classe di attività in un portafoglio, è fondamentale assicurarsi che le esigenze di liquidità a breve e medio termine siano coperte da altre componenti del patrimonio.
Questa riflessione contribuisce a preservare la flessibilità finanziaria dell'investitore, consentendo al contempo di investire in un'ottica di lungo termine.
La diversificazione del patrimonio
Il private equity ha lo scopo di integrare un portafoglio di investimento, non di sostituire le altre classi di attività.
Viene solitamente inserito nel portafoglio insieme a liquidità, obbligazioni, azioni quotate e immobili, al fine di diversificare i fattori che generano valore nel portafoglio.
Questa complementarità rappresentauno dei principali insegnamenti tratti dalle strategie di allocazione adottate dagli investitori istituzionali.
La percentuale non è tutto: la scelta dei gestori rimane determinante
Determinare il peso del private equity in un portafoglio rappresenta un primo passo. Tuttavia,l'allocazione costituisce solo una parte dell'equazione.
A differenza dei mercati quotati, dove molti investitori possono ottenere un’esposizione simile attraverso gli indici, il private equity è caratterizzato da una forte dispersione delle performance tra i fondi, come emerge in particolare dal Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company.
I risultati ottenuti dipendono quindi non solo dalla quota del portafoglio investita in questa classe di attività, ma anche dalla qualità delle società di gestione selezionate.
Gli studi accademici dedicati al private equity evidenziano regolarmente questa dispersione dei rendimenti, che costituisce una delle caratteristiche distintive dei mercati privati.
La qualità dei gestori influisce sulla performance dei portafogli
Le società di gestione noninvestono tutte secondo le stesse strategie né con lo stesso livello di competenza.
Alcune si specializzano in un settore di attività, altre in un’area geografica o in un particolare segmento di mercato.
La loro capacità di selezionare le aziende, di affiancare i dirigenti e di creare valore operativo può avere un’influenza significativa sui risultati ottenuti.
Questa realtà spiega perché gli investitori istituzionali dedicano una parte significativa delle loro risorse all'analisi e alla selezione dei team di gestione prima di investire.
L'assegnazione e la selezione sono due decisioni complementari
Elaborare una strategia patrimoniale non significa solo stabilire una percentuale da destinare al private equity.
In genere vengono adottate due decisioni complementari:
- la decisione di allocazione, che consiste nel determinare la quota delle attività non quotate all’interno del patrimonio;
- la decisione di selezione, che consiste nello scegliere le società di gestione o i fondi in cui investire.
Queste due dimensioni sono indissociabili. Un'allocazione coerente, di per sé, non è sufficiente a garantire la qualità di una strategia patrimoniale.
Una logica simile a quella degli investitori istituzionali
Gli investitori istituzionali raramente ragionano in termini di rendimento di un singolo fondo.
In genere mettono a punto programmi di investimento diversificati, ripartiti tra diverse annate, diverse strategie e diverse società di gestione.
Questo approccio mira a limitare i rischi specifici, diversificando al contempo le fonti di creazione di valore nei mercati privati.
Ricorda che il private equity va valutato innanzitutto in un'ottica di portafoglio e di lungo termine.
Perché è opportuno affrontare questa riflessione nell'ambito di un approccio patrimoniale globale?
La questione della quota di private equity non può essere affrontata separatamente dal patrimonio nel suo complesso.
Un'allocazione adeguata dipende da numerosi fattori: gli obiettivi perseguiti, il patrimonio esistente, il fabbisogno di liquidità, l'orizzonte di investimento, ma anche le altre attività già detenute.
Ecco perché i professionisti della gestione patrimoniale ragionano generalmente in termini di patrimonio complessivo piuttosto che limitandosi a una singola classe di attività.

_1_11zon.webp)
.webp)
.webp)

.webp)







